Grani antichi: resa e qualità a confronto con OGM. La lotta alla celiachia parte (anche) da qui

Le varietà di grano ibride GM sono commercializzate con lo scopo di favorire un’agricoltura industriazzata e la grande distribuzione organizzata, a discapito della salvaguardia delle proprietà nutrizionali e del sapore tipici dei grani antichi autoctoni come il farro monococco, il grano duro Timilia, il Solina, il Russello, il Percia Sacchi, il Maiorca, il Biancolilla.
Nel 1974, venne iscritto nel Registro varietale del grano duro il Creso, incrocio tra una linea messicana di Cymmit e una linea mutante ottenuta trattando una varietà con raggi X, che nell’arco di quindici anni in Italia rappresentava già il 30% e oggi ha rimpiazzato quasi il 70% della superficie cerealicola totale coltivata.

Da una pubblicazione del 1984 emerse, di fatto, che questo grano era stato «inventato» e sviluppato presso il centro di studi nucleari della Casaccia e il fisico Tullio Regge, in una dichiarazione pubblicata nel 2000 su “Le Scienze”, non mancò di sottolineare l’efficacia della mutagenesi e l’introduzione di nuovo germoplasma e di ibridazioni interspecifiche. Per altre varietà in commercio erano stati utilizzati neutroni termici.
Luciano Pecchiai, storico fondatore dell’Eubiotica in Italia e primario ematologo emerito all’ospedale Buzzi di Milano, ha, però, ipotizzato una possibile correlazione causa-effetto tra il consumo continuativo di questo frumento e l’insorgere di patologie legate alla celiachia in chi lo ha ingerito: «E’ ben noto che il frumento del passato era ad alto fusto cosicché facilmente allettava, cioè si piegava verso terra all’azione del vento e della pioggia. Per ovviare a questo inconveniente, in questi ultimi decenni il frumento è stato quindi per così dire “nanizzato” attraverso una modificazione genetica. Appare fondata l’ipotesi che la modifica genetica di questo frumento sia correlata ad una modificazione della sua proteina e in particolare di una frazione di questa, la gliadina, proteina basica dalla quale per digestione peptica-triptica si ottiene una sostanza chiamata frazione III di Frazer, alla quale è dovuta l’enteropatia infiammatoria e quindi il malassorbimento caratteristico della celiachia. E’ evidente la necessità di dimostrare scientificamente una differenza della composizione aminoacidica della gliadina del frumento nanizzato, geneticamente modificato, rispetto al frumento originario. Quando questo fosse dimostrato, sarebbe ovvio eliminare la produzione di questo frumento prima che tutte le future generazioni diventino intolleranti al glutine».
Adriano Pucci, presidente dell’Associazione Italiana Celiachia sostiene che «Mentre qualche decennio fa l’incidenza della malattia era di 1 caso ogni mille o duemila persone, oggi siamo giunti a dover stimare 1 caso ogni 100 o 150 persone».
Tuttavia, anziché supportare e finanziare la reintegrazione e la diffusione delle antiche varietà di grano come TIMILIA, RUSSELLO, SOLINA, SENATORE CAPPELLI, SARAGOLLA, MARZELLINA, si effettuano investimenti perché le università e i centri di ricerca sperimentino ulteriori modificazioni genetiche del frumento GM per «deglutinare», cioè privare del glutine, ciò che ne è stato arricchito (CRESO) e modificarne il dna introducendo caratteristiche proprie di cereali naturalmente privi di glutine.

Intanto i contadini che si dedicano alla coltivazione biologica di grani antichi si trovano a dover affrontare le pressioni delle multinazionali promotrici della monocoltura e della diffusione dell’impiego di grano GM ingegnerizzato per crescere con erbicidi a base di glifosato e di altri pesticidi.
Occorre sottolineare che il frumento GM produce un raccolto maggiore il primo anno, ma già la seconda generazione di semi dà raccolti scarsi e produzioni dalle caratteristiche incontrollabili e non adatti alla conservazione e all’immagazzinamento, destabilizzando l’economia e le buone pratiche dei piccoli coltivatori che hanno abolito la rotazione agricola, coltivano sempre le stesse colture GM sullo stesso campo, compensando l’impoverimento del terreno con tonnellate di fertilizzanti chimici.
Heidi Chow dal Global justice Now ha denunciato, infatti, che “Invece di conservare semi dai propri raccolti i contadini che usano semi ibridi diventano completamente dipendenti dalle compagnie di semi, di fertilizzanti e pesticidi; il tutto può dar luogo (com’è già accaduto) a una crisi agraria incentrata sul debito, il disastro ambientale e problemi di salute”.
Ma dove i governanti hanno saputo mettere in campo politiche pubbliche lungimiranti, i dati sono in netta controtendenza, fino a rappresentare delle vere e proprie best practice per l’intero Paese.
Dott.ssa Stefania Mangiapane

Foto: blog.edoapp.it

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