Greenpeace lancia l’allarme: 3.500 sostanze chimiche per produrre tessuti. Stop allo shopping non etico

Il rapporto di Greenpeace “The International Fashion Consumption” è un documento che aiuta ad aprire gli occhi sia come consumatori che da genitori nei confronti delle compagnie tessili e dai decisori politici nazionali e internazionali.

L’industria tessile è la seconda più importante consumatrice d’acqua al mondo: il grado di inquinamento in  fiumi e oceani è altissimo stante le 3.500 sostanze chimiche usate per la produzione di tinte, tessuti e ammorbidenti. Tali sostanze hanno effetti per il nostro sistema endocrino e (purtroppo) legati a varie forme di cancro.

Greenpeace dal 2011 con la campagna “Detox” è in prima linea per chiedere la completa e definitiva eliminazione delle sostanze chimiche pericolose. Ed ecco i primi risultati:  circa 80 marchi tessili e fornitori le hanno bandite dal proprio processo produttivo.

Ancora troppi pochi. L’impegno deve essere preso non solo dalla classe politica nel rendere questo bando obbligatorio, ma anche da noi consumatori,

Come? Partiamo da un dato allarmante.

Il rapporto afferma quasi la metà degli individui, specialmente in Cina e a Hong Kong, ma anche in Europa, compra più vestiti, scarpe e borse di quelli di cui ha bisogno.

Le emozioni del nuovo acquisto sono effimere. Lo dimostra un altro dato che ha misurato il grado di soddisfazione dei consumatori: l’entusiasmo per l’acquisto di un nuovo prodotto dura solo per un giorno e circa un terzo del campione si sente più vuoto e insoddisfatto subito dopo.

Più si guadagna e più si spende: il 40% acquista in modo compulsivo più di una volta alla settimana e si tratta soprattutto di giovani e donne ad alto reddito.

E poi c’è la continua ricerca  di approvazione.Fattori psicologici e l’illusione che basti un vestito per far aumentare esponenzialmente l’autostima, sentendosi immediatamente importanti e rispettati è stata individuata dai ricercatori come una delle cause dell’acquisto eccessivo.

 

Lo shopping eccessivo è diventato un fenomeno sociale mondiale della fascia di età 20-45 anni, il campione dell’indagine di Greenpeace.

Le fasce più giovani subiscono le tecniche dirompenti dei nuovi modelli sociali, delle nuove tendenze e degli sviluppi tecnologici attraverso l’uso ( e abuso) dei social media, come Facebook e Instagram.

Se compriamo un abito e postiamo la foto su instangram, il grado di soddisfazione potrebbe subire una discesa qualora il numero di like non sia consono alle aspettative.

E’ capitato anche a voi? Sicuramente. E questo accade perché essere visti da molte persone è diventato un modo per ottenere celebrità, il terzo valore chiave (dopo ricchezza e potere) della nostra società globalizzata.

La mia teoria trova conferma nei rapporti di Greenpeace, i quali mostrano come lo shopping on-line aumenti la tendenza a comprare compulsivamente e come la pubblicità continui a valorizzare il principio di “avere è essere” come l’ultimo paradosso per raggiungere la felicità.

 

Fin qui, abbiamo analizzato i fattori psicologici e sociali.

Adesso proviamo a dare uno sguardo ai fattori produttivi.

L’industria tessile sta andando incontro ad un cambiamento strutturale. I piccoli negozi sartoriali e persino centri commerciali sono costretti a chiudere per mancanza di clienti.

Chi ne paga le conseguenze? I lavoratori. Migliaia di posti di lavoro persi, nonostante essere commessi o operai nel settore tessile non equivalga a vivere nel lusso.

Sono costretti  a lavorare per molte ore con bassi salari, in condizioni igienico-sanitarie assenti, per consegnare quei prodotti che noi acquistiamo online, dove la pubblicità è il principale strumento con cui i social network realizzano il loro profitto.

Nessuna certezza nella qualità dei tessuti, nessuna voglia di guardare le rifiniture o la sartorialità. E questo perché abbiamo già l’armadio pieno di vestiti.

Il prossimo è sarà solo l’ennesimo sfizio.

Proviamo a boicottare i prodotti delle aziende che ancora usano sostanze chimiche pericolose.

Una società più equa, offrirà maggiori opportunità ai giovani per condurre una vita piena e ricca di soddisfazione, lontana dal consumismo e dall’insoddisfazione che ne consegue.

a cura della Dr.ssa Stefania Mangiapane

foto: fairmade.it

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