Reintrodurre i prati polifiti: come proteggere la biodiversità con i fiori selvatici

I fiori “selvatici” creano sinergie utili all’agricoltore e all’ambiente, infatti, sapientemente valorizzate, costituiscono una risorsa fondamentale per la prevenzione delle fito-patologie nelle coltivazioni biologiche poiché la coltivazione contemporanea di più specie all’interno di un appezzamento di terreno, o in una data area, rende più complesso e quindi stabile il sistema rispetto alla monocoltura.

Un prato polifita ricco di fiori selvatici è una miniera di biodiversità, una risorsa preziosa per la gente del luogo (Fitoalimurgia) e un habitat d’elezione per organismi come mammiferi, uccelli, insetti e anfibi che svolgono anche una funzione utile nella difesa delle colture.

In prossimità delle coltivazioni o al loro interno è estremamente utile realizzare fasce inerbite di piante spontanee autoctone la cui fioritura potrà attirare e nutrire insetti, creando un rapporto ecologico mutualistico tra piante e insetti utili poiché questi ultimi ricevono nutrimento tramite nettare e polline garantendo a loro volta l’impollinazione; l’ecosistema vive di queste interazioni (interdipendenza fiore-insetto).

Questo tipo di coltura può essere utilizzata anche in collina dove l’agricoltura cerealicola è stata abbandonata ed è auspicabile, oltre al rimboschimento, la diffusione di prati polifiti che persistano a lungo, dando buone produzioni di foraggio in parte falciabile e in parte pascolabile per allevamenti bradi o semibradi.

Si potranno rilevare molti vantaggi, in termini biologici, rispetto al prato monofita:

  • migliore utilizzazione delle risorse (sali minerali, acqua, ecc.);
  • minori oscillazioni nelle rese;
  • eccellente protezione dall’erosione;
  • attacchi parassitari molto più contenuti;
  • ripristino della fertilità dei terreni che, dopo una seria di cicli di coltivazioni, manifestano fenomeni di “stanchezza”, e, se lasciati liberi di ricoprirsi della vegetazione naturale (che può essere pascolata), ristabiliscono il potenziale produttivo, così che una nuova serie di cicli colturali possa ricominciare,
  • eccellente produzione lattiero-casearia perché direttamente proporzionale alla ricchezza della flora del prato-pascolo.

La scomparsa delle fioriture selvatiche mette a rischio il patrimonio naturale e impoverisce la bellezza dell’ambiente.

In Sicilia la gestione intensiva dei prati da foraggio ha creato “buchi biologici” molto instabili facendo sparire tesori come Ciclamen repandum, C. hederifolium, Asplenium onopteris, Euphorbia characias, Peonia macula subsp russii, Colchicum cupanii, C. bivonae, Ruscus aculeatus,  Dianthus rupicola, Erysimum bonannianum, Poligala presliii, Scilla cupani, Iris pseudopumiliae.

Altre specie endemiche sono ormai delle rarità come: Cheilanthes maderensis, Asplenium obovatum, Pteris vittata, Salsola vermiculata, Arenaria grandiflora, Spergula pentandra, S. renaiola, Silene italica, Saponaria sicula, Petrorhagia illyricassp haynaldiana, Dianhus rupicola, D. arrostii, Helleborus bocconei ssp. Intermedus, Ranunculus pratensis, R. angulatus, Hypericum pubescens, H. triquetrifolium, Berberis aetnensis, Papaver pinnatifidum, Erysimum metlesicsi, Matthiola incana ssp rupestris Aubrieta deltoidea ssp sicula, Retama raeta ssp gussonei,Rosa sicula, Bivonae luta, Iberis semperflorens, Saxifraga hederacea, Genista aspalathoides aristata, G. cupani, Adenocarpus complicatus ssp commutatus var bivonii e molte altre.

Stanno nascendo iniziative per tutelare le praterie di fiori autoctni per installarle dove sono andate perdute nel corso degli ultimi decenni di monofitismo, incentivando i contadini a utilizzare metodologie di trattamento dei prati da foraggio tali da garantire la riproduzione delle fioriture di anno in anno e fornire un fieno di altissima qualità per il bestiame.

Per raggiungere tale scopo le metodologie  e le tecniche adottate sono incentrate su:

  • trasemina con miscugli di semi di ecotipi locali ottenuti dal “fiorume” della coltivazione delle specie pabulari più significative per produttività e vigoria rigenerativa sotto l’effetto dell’animale pascolante,
  • metodi gestionali di tipo conservativo, frutto di una rigorosa ricerca scientifica indirizzata alla conoscenza dell’autoecologia delle specie più rappresentative del prato-pascolo cioè il valore ecologico e la biologia riproduttiva di tali specie e le risposte biologiche sotto l’effetto dell’animale pascolante.

Passare dal monofitismo al polifitismo consente di ripristinare gli equilibri compromessi dalle monocolture, soprattutto per quanto riguarda l’interrelazione esistente tra essudati radicali – microflora – biogeochimismo – fertilità del terreno e tutela dell’erosione.

Nei progetti di miglioramento dell’efficienza strutturale e funzionale delle aziende, le attività antropiche devono essere compatibili con la salvaguardia e il ripristino degli equilibri biologici che regolano gli ecosistemi e restaurare e\o riedificare il manto vegetale dei prati-pascoli degradati con specie native che rappresentano un mondo da scoprire e amare, da rispettare e far rispettare con rigore.

Dott. Agr. Brigida Spataro

Foto:www.trauttmansdorff.it

 

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