La questione delle quote latte: nuove prospettive di produzione bio

La zootecnia da latte siciliana contribuisce nell’ambito dell’economia agricola regionale con circa 160 milioni di euro annui.

Attualmente la struttura produttiva zootecnica isolana è basata su piccole e medie-imprese che, per gli effetti incontrollabili e difficilmente governabili della elevata incidenza dei costi di produzione, della crescente pressione fiscale e contributiva, della persistente mancanza di “liquidità”, determinata dai sistemi e dai tempi con cui vengono effettuati i pagamenti dei prodotti, nonché dalle epidemie di BSE, brucellosi, e altre patologie, ha subito una forte contrazione, ed ha determinato la chiusura di allevamenti poco efficienti e la concentrazione delle attività produttive in strutture rispondenti alle esigenze delle imprese di trasformazione.

In Sicilia sono allevati circa 150 mila bovini da latte, con una specializzazione concentrata maggiormente nelle aree di pianura e di collina dove gli allevamenti sono intensivi con prevalenza di razza Frisona e la produzione viene conferita principalmente all’industria alimentare del latte.

Nelle aree interne del territorio siciliano si rileva una significativa polverizzazione zootecnica, caratterizzata da un elevato numero di aziende che allevano razze a duplice attitudine, come la razza Bruna e la Pezzata Rossa e trasformano il latte in loco attraverso i mini caseifici.

Secondo l’Associazione Regionale Allevatori, del Corfilac e del “Centro Latte” di Cammarata, nelle aree più interne e marginali, spesso in aree demaniali, sono diffusa razze indigene di origine ragusana, buone vacche da latte che, per le loro naturali caratteristiche di eccezionale rusticità che li rende molto resistenti sia al freddo che al caldo estivo, garantiscono il conseguimento di traguardi di reddito e di sopravvivenza aziendale.

In Sicilia, nonostante queste straordinarie potenzialità imprenditoriali, produttive e qualitative, la zootecnia da latte, settore portante per l’economia regionale, anche per le limitazioni imposte negli anni dal “regime delle quote” per il latte bovino, copre solo poco più del 20% dei consumi lattiero caseari dell’Isola.

Le quote latte, istituite dalla U.E. nel 1984 al fine di bilanciare la produzione di latte tra i Paesi ad essa aderenti, impone a ciascun allevatore di non produrre quantità maggiori della quota assegnata. Nel caso in cui questa quota venga superata, si applica il “prelievo supplementare”, cioè una multa pari a € 27,83 per ogni quintale di latte prodotto in esubero.

Le somme da pagare vengono trattenute mensilmente dal “primo acquirente” (caseificio, latteria) e versate ad AGEA.

L’Italia deve pagare 30,535 milioni di euro di multa all’Unione Europea per il superamento del quantitativo di produzione delle sue quote latte per il periodo 2014/2015.

La Commissione europea ha accertato l’eccedenza dell’Italia, che ha tempo fino al 30 novembre per pagare la multa che ammonta a 109.721 tonnellate. In via eccezionale, gli allevatori avranno a disposizione tre anni per rimborsare le autorità nazionali, senza tassi di interesse sull’importo dovuto.

Tuttavia si potrebbe affrontare la controversia delle “Quote latte” secondo presupposti rivoluzionari limitando volontariamente la quantità di latte privilegiando standard biologici naturali, per ottenere un prodotto di eccellenza sano, privo di scorie medicinali e ormoni, inevitabili negli allevamenti intensivi dove molto spesso le mucche, debilitate anche per le continue gravidanze, sono spesso affette anche da paratubercolosi (il 61,3% ) e Tubercolosi Bovina.

La maggior parte degli allevamenti intensivi che producono latte allevano mucche che ”danno” più di 10.000 litri di latte all’anno, corrispondente a quasi 33 litri al giorno, se non addirittura a 60-70 litri, mentre per alimentare un vitellino la mucca dovrebbe dare solo 8 litri.

Inoltre la mucca produce latte solo dopo aver partorito il vitello e quel latte serve a nutrire il suo piccolo nel periodo dello svezzamento dopo il quale la mucca smette di produrre latte.

Il modello di allevamento delle mucche negli allevamenti intensivi prevede che le mucche “da latte” si trovino in uno stato di permanente gravidanza quasi tutta la vita, fattore questo che unitamente all’alimentazione proteica concentrata, determina la produzione di latte con livelli dannosamente elevati di estrone solfato, un composto di estrogeni legati al cancro del testicolo, della prostata e della mammella.

il Dr. Davaasambuu nella Gazzetta dell’Università di Harvard. ha affermato cheIl latte che noi oggi beviamo è abbastanza diverso rispetto a quello che bevevano i nostri antenati, senza apparenti danni per 2000 anni”.

Occorre, inoltre, incentivare, e finanziare la diffusione di allevamenti di mucche rustiche e forti come quelle indigene siciliane allevate al pascolo, un cibo naturale che il loro intestino può elaborare.

Il latte di eccezionale qualità così prodotto dovrebbe essere pubblicizzato attraverso azioni di marketing mirati e supportato economicamente nelle dinamiche di mercato che oggi vede il colosso Lactalis imporre condizioni di acquisto troppo gravose per gli allevatori (l’attuale prezzo si aggira sui 40,1 centesimi al litro).

E’ indispensabile garantire forme di consulenza, di assistenza e di guida agli allevatori, tese a favorire la sanità negli allevamenti ed i requisiti di massima qualità delle produzioni lattiero casearie siciliane attraverso l’intervento pubblico regionale per la ottimale valorizzazione delle misure previste con la programmazione 2014/2020, con particolare riferimento alle disposizioni in materia di Benessere Animale (come è stato già fatto in Sardegna).

Dott.ssa Agr. Brigida Spataro

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