Ancora trivelle: Global Med approfitta del vuoto normativo. Addio coste pulite

Dopo che l’Italia si è lasciata sfuggire l’occasione di dire STOP alle trivelle, con il Referendum del 17 aprile, ci troviamo ad affrontare un problema molto importante.L’attenzione dei media è calata e adesso le ricerche petrolifere non solo continuano, ma aumentano. A metà dicembre il MiSE ha infatti rilasciato alla Global Med due nuovi permessi di ricerca di idrocarburi nel mar Jonio. Ma la cosa più grave è che le concessioni sono contro legge.

Le nuove concessioni interessano aree rispettivamente di 748,6 e 748,4 chilometri quadrati, quindi entro i limiti di legge. Ma è solo pura apparenza: sono infatti confinanti e autorizzate allo stesso gestore, la stessa Global Med, che in questo modo potrà esplorare un tratto di mare di ben 1.497 chilometri quadrati.  Oltretutto con la tecnica dell’air-gunassolutamente pericolosa per l’ecosistema marino.

Ma queste cose (purtroppo) succedono solo in Italia.

 Si sottolinea che lungo le coste nordamericane pacifiche ed atlantiche vige il divieto assoluto di trivellare e di eseguire ispezioni sismiche a 160 chilometri da riva per proteggere l’ambiente, mentre in Italia le attività petrolifere sono favorite da una strategia energetica che punta al rilancio della produzione di idrocarburi nazionali con leggi che hanno facilitato le attività distruttive anche nelle aree sotto costa, all’interno delle fasce d’interdizione delle aree protette e di maggior pregio, pagando canoni* decisamente irrisori.

In Italia le royalties per chi trivella in mare sono le più basse: il 7 per cento per il gas e il 4 per il petrolio.

Con questo sistema persino le compagnie straniere ottengono facilmente concessioni governative per trivellare vicino le coste senza una data di scadenza delle licenze.

Per esempio la Spectrum Geo Limited e la Petroleum Geo Service Asia Pacific interessate a trivellare un’area di circa 45.000 kmq da Ravenna fino all’estremità meridionale della Puglia hanno ottenuto il parere favorevole da parte della Commissione nazionale di Valutazione di impatto ambientale che neppure ha tenuto conto dell’incombente rischio sismico e di avviare un irreversibile processo di petrolizzazione del mare con pozzi e infrastrutture petrolifere lungo il litorale e pochissimi benefici per i cittadini italiani. Nel canale di Sicilia ci sono oltre una diecina di piattaforme attive sulla base di concessioni che riguardano 1.786 kmq di superficie marina.

La problematica è emersa quando l’ISPRA ha denunciato una contaminazione da metalli pesanti e idrocarburi troppo estesa, estremamente dannosa per la popolazione e per le specie marine, e Greenpeace ha chiesto al ministero dell’Ambiente e all’ENI(*2) i piani di monitoraggio di tutte le piattaforme e strutture di trivellazione operanti nei mari italiani, che secondo il ministero dello Sviluppo Economico sono 135 e, di queste, 92 ricadono dentro i 22 chilometri dalla costa, eppure sono stati forniti solo 34 piani di monitoraggio di piattaforme dell’Eni; per le altre 100 piattaforme non esistono piani di monitoraggio prescritti e non sono stati comunicati i dati richiesti.

Peraltro è noto che, per la perforazione ed estrazione di idrocarburi, si usano sostanze radioattive, poi rilasciate in mare con stravolgimenti della qualità della vita.

Altrettanto pericolose le trivellazione dei vulcani attivi Campi Flegrei nel Mediterraneo a ridosso delle coste e il vulcano attivo Marsili nel Tirreno meridionale, di fronte alle coste di Sicilia, Calabria e Campania per sfruttare l’energia che si sviluppa dal vulcano con il rischio concreto di squarciare le faglie sismiche attive e scatenare terremoti.

Probabilmente, prevedendo conseguenze disastrose per la popolazione, il capo della protezione Civile Franco Gabrielli aveva messo in guardia da un terremoto distruttivo che annienterà il Mezzogiorno.

*1 Sono esenti dal pagamento di aliquote allo Stato.Le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50 mila tonnellate di petrolio estratte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi di gas in terra e i primi 80 milioni di metri cubi in mare.

*2 L’ENI è azionista di maggioranza di 76 impianti sui 92 totali.

Dott.ssa Agr. Brigida Spataro

Foto: http://www.huffingtonpost.it/2016/01/19/trivelle-referendum-corte-costituzionale_n_9017606.html

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