Posate di patate: la rivoluzione green dice addio alla plastica

Gli ingredienti di questa piccola rivoluzione ecosostenibile sono semplici: fecola di patate e acqua. Il traguardo raggiunto? Una produzione di buste e posate 100% green decomponibili in 2 mesi che si potranno anche mangiare

Il materiale usa e getta si chiama “Potato Plastic”, una plastica alternativa biodegradabile e compostabile a base vegetale che mira a rendere pari a zero l’impatto dell’industria dei fast food.

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L’inventore si chiama Pontus Törnqvist, 24 anni di Göteborg, studente di Industrial Design alla Lund University e la sua“plastica di patate” è una sorta di termoplastica – una plastica creata dal riscaldamento che indurisce una volta raffreddata. E’ modellabile e permette di fabbricare posate che seguono la direttiva del Parlamento europeo che impone il divieto totale degli oggetti in plastica monouso a partire dal 2021.

L’obiettivo di raggiungere una maggiore sostenibilità ambientale delle attività produttive richiede sempre più una maggiore efficienza che si traduca in una ottimizzazione dell’uso delle risorse naturali e la minimizzazione della produzione dei rifiuti.

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I prodotti e gli imballaggi di plastica monouso rappresentano il simbolo della cultura imperante dell’usa-e-getta.
In particolare l’agricoltura biologica, da intendersi come il metodo a più ridotto impatto ambientale per la produzione di risorse primarie rinnovabili, può trovare una importante applicazioneoltre che nel settore alimentare, anche in tutti quei settori economici in cui, negli ultimi cento anni, l’uso di materie prime di origine petrolchimica ha di fatto sostituito, in tutto o in parte, l’impiego di risorse primarie rinnovabili di derivazione agricola o agro-forestale.
Per quanto attiene l’obiettivo della riduzione dei rifiuti, i disciplinari tecnici dell’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB) introdotti nella prima metà degli anni ottanta hanno dato subito specifici criteri per gli imballaggi degli alimenti. Tali criteri, che tuttora non trovano un riscontro nel regolamento CEE 2092/91, sono stati predisposti in accordo con i relativi principi e raccomandazioni formulati dall’International Federation of Organic Agricolture Movements (IFOAM) ed identificano i materiali per l’imballaggio ammessi per le diverse tipologie di alimenti.

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La scelta dei materiali dovrebbe essere obbligatoriamente orientata al principio della minimizzazione dell’impatto ambientale degli imballaggi, e rispondere ai seguenti criteri:
– conformità con la legislazione sull’igiene e la sicurezza;
– riduzione dei materiali d’imballaggio che non abbiano una funzione di protezione del prodotto o un ruolo nella distribuzione dello stesso al consumatore;
– impiego, quando possibile e in relazione alla natura del prodotto, di materiali che siano biodegradabili;
– impiego, quando possibile, di imballaggio riutilizzabile.
Purtroppo, tali criteri trovano un’applicazione piuttosto limitata dovuta al fatto che, non essendo contemplati dalla normativa cogente in materia di agricoltura biologica, il loro rispetto è lasciato alla volontà dei singoli imprenditori che spesso non dimostrano una consapevolezza sufficiente degli effetti ambientali connessi all’imballaggio o non trovano adeguati stimoli fiscali che incentivino una riprogettazione degli imballaggi nel rispetto dell’ambiente.
Dato che le aziende non si impegnano abbastanza per ridurre il volume degli imballaggi di plastica e degli imballaggi non riciclabili, possiamo optare per prodotti diversi e rivoluzionare il nostro modo di fare la spesa.

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Nell’attesa di una presa di coscienza da parte degli imprenditori, abbiamo un’alternativa validafare la spesa in un negozio di prodotti sfusi.
Comprare sfuso è ecologico e sostenibile. Non tutti sanno che il costo dei cibi nei supermercati è infatti dato principalmente dal loro imballaggio.

Il packaging può giocare un ruolo chiave nel prolungamento del naturale deterioramento dei prodotti ortofrutticoli.

Articolo: Dr.ssa Stefania Mangiapane

Foto: pixabay.com

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